Il sistema pensionistico italiano, analogamente a quanto accade in altri Paesi del mondo, è a ripartizione. I contributi versati da quanti oggi lavorano non vengono accantonati bensì utilizzati per erogare la pensione a coloro che oggi non lavorano più. Fintanto che il totale delle entrate pareggia quello delle uscite siffatto meccanismo non denuncia problemi, ma quando l’ammontare di ciò che deve essere erogato (il totale delle pensioni), eccede quanto riviene dalle entrate (il totale dei contributi e di eventuali avanzi nei periodi precedenti) si manifesta uno sbilancio che deve essere colmato dallo Stato (deficit previdenziale). Lo Stato potrebbe trovarsi quindi di fronte ad un bivio: o incrementare forzatamente il prelievo (mediante la leva delle imposte e tasse), oppure lasciare che il debito pubblico si incrementi.
Ma se nessuna delle due strade è percorribile? Non resta che modificare il funzionamento del sistema pensionistico.
Nel 1995, con la c.d. Legge Dini, vi è stata una profonda riforma del sistema di calcolo delle pensioni, sistema ancora oggi in vigore.
Dal metodo retributivo si è passati al metodo contributivo. Quest’ultimo sistema implica che le pensioni non vengano più calcolate partendo dalle retribuzioni percepite negli ultimi anni di lavoro e dal numero di anni di anzianità contributiva, ma siano legate all’ammontare dei contributi versati nell’intero arco della vita lavorativa ed all’età al pensionamento. Questi contributi vengono rivalutati in base alla crescita dell’economia italiana e, al momento del pensionamento, ogni lavoratore avrà raccolto un certo montante che sarà trasformato in pensione.
Il nuovo sistema contributivo ha le potenzialità per riportare in equilibrio il sistema previdenziale, ma comporta, nella maggior parte dei casi, una riduzione della pensione. Il tasso di sostituzione (che misura la capacità di copertura della rendita pensionistica rispetto all’ultima retribuzione percepita, calcolata in termini percentuali) è destinato a scendere dal 67,3 per cento nel 2000 al 48,1 per cento nel 2050.
I giovani tendono a sottovalutare il problema e la loro consapevolezza di tale riduzione appare sovente come “ritardata”. I loro colleghi più anziani vanno in pensione con un livello della prestazione ancora accettabile ma nel volgere di pochi anni questo vantaggio si dissolverà. Quando si inizierà a percepire davvero l’effetto delle riforme (dal
Posticipando, se possibile, la pensione, in primo luogo si contribuisce per più anni e quindi si accumula un “gruzzolo” più elevato, in secondo luogo, l’importo della pensione viene determinato applicando coefficienti più favorevoli al montante accumulato. Purtroppo, posticipare il pensionamento, in certi casi potrebbe non solo essere difficile, ma anche non essere sufficiente.
Ne deriva che la previdenza complementare viene a rappresentare l’integrazione del sistema previdenziale obbligatorio: nel momento in cui, rispetto all’ultima retribuzione, viene a ridursi la copertura assicurata dal sistema pubblico ecco che devono intervenire le prestazioni erogate dai fondi pensione.
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